rubrica per minuscoli a cura di John Di Orta
L’auto di Guido aveva un lunotto lunatico. Ma anche il suo parabrezza era strambo e così pure i finestrini erano tutti strani, tanto che sarebbe più opportuno chiamarli finestrani. Ma che bislacca macchina è? Direte voi. È una macchina speciale, questa, come la mamma, anche se Guido mica lo sapeva.
Quella che guidava l’elastico Guido, che aveva un corpo così magro che sembrava un due di cuori, era tutta strampalata: perché faceva vedere, a chi la manovrava, il mondo di fuori proprio come voleva che fosse.
In una giornata torrida che più calda non si poteva, ecco che la strambamacchina giallo melanzana del triste Guido l’affamato, anziché mostrare le strade che si percorrevano così com’erano, le presentava come piene di neve, e di coriandoli di carnevale, e di bistecche a media cottura e di mandolini che suonavano il trinchetrà; oppure, al contrario, poteva succedere che ci si poteva ritrovare a guidare per chilometri sotto la burrasca di Febbrarzo più manesca, ma vedendo dall’abitacolo un mondo diverso dalla realtà, magari fatto di vapori così caldi che potevano essere usciti da un ferro da stiro gigante, o da un toro troppo sbuffanchioso.
La cosa più divertente è che Guido, non lo sapeva mica, che quella macchina era così tanto unica e speciale!
Gli venne regalata da suo padre, e suo padre la ricevette da suo nonno, e prima ancora, niente.
Perché le macchine non esistevano.
Guido aveva imparato a guidare con quell’auto, e la sua stravagante caratteristica l’aveva presa come comune a tutte le auto del mondo; così come sapeva che era la normalità che avesse tre pedali, quattro ruote, cinque marce e sei candele sempre al buio.
Così come anche noi abbiamo le nostre certezze: avere un cuore che batte un po’ sì e un po’ no, una certa quantità di nei, e mezzo chilo di malumore da tener sempre ben nascosto da qualche parte.
Guido ricorda ancora il primo giorno che armeggiò con volante e pedali di quell’auto: era una giornata grigia, come la pelle di un nanodrillo, e misteriosa, come le chiavi di casa di uno sconosciuto, cioè di quelle giornate che fanno posizionare il cuore vicino vicino alla tristezza, e le lacrime, tanto vicine all’occhio quasi da uscire. Fortuna che poco durò quel sentimento, poiché, una volta messo in brum il motore, Guido vide apparire un sole che lo accecò tanto era forte, perché era grande, grandissimo, come l’uovo di un coccocoso, e poi, come se non bastasse, arrivò anche un arcobaleno formato da trillanta colori che spuntava da ogni punto dal quale si guardava; tutti i pedoni si trasformarono in cincupedi simili a delle zebre senza ali, ma verdacei e giallerdi; e gli alberi divennero nuvole, e le nuvole divennero strade, e le strade divennero morbidissime da percorrere.
Suo padre, che quell’auto la guidava fin da ragazzino, capito l’entusiasmo del suo figliol, gli disse: “Abbine cura caro mio, perché questa macchina è davvero davvero speciale”, ma Guido, da buon esperto delle parole del genitore, non tenne conto di quell’affermazione; non perché non fosse ubbidiente, ma solo perché suo padre, da sempre, definiva ogni oggetto che gli regalava “speciale”. A dar retta a lui anche la caffettiera a forma di Malibù che Guido, ora che viveva da solo, s’aveva portato nella nuova casa era speciale; secondo suo padre, anche l’orologio grosso come la moglie di un contrabbandiere, che stava prima nella sua cameretta da bambino e ora nella sua cucina da grande, era speciale. Quindi, non faceva proprio testo.
Una cosa però la imparò, e ci credette, e la fece sua. Perché si sa che, comunque, ai genitori bisogna sempre ascoltare, anche se delle volte dicono delle cose un po’ così.
Aveva infatti imparato che solo il guidatore poteva vedere ciò che desiderava fuori dai finestrini, quindi non si stupiva quando saliva in macchina di altri e fuori vedeva quello che c’era da vedere come se l’auto avesse i vetri trasparenti (che razza di noia!).
Guido, in vita sua, guidò solamente un’altra auto, quella della scuola guida, e si costruì una sua personale teoria sulla spiegazione del perché quando andava in giro guidandola, il mondo là fuori rimanesse tale e quale. In quelle poche volte che si esercitò per prendere la patente si accorse, infatti, che fuori il paesaggio non cambiava e pensò che il motivo riguardasse la particolarità che quell’auto – che sì, era davvero speciale! – avesse i pedali anche per il passeggero, utili all’istruttore di fianco per frenare se l’inesperto autista non s’accorgeva del pericolo. Guido si disse: “Se si è in due a governare la macchina, fuori cosa si dovrebbe vedere? Quello che vorrebbe solo uno dei due? E se all’altro non dovesse piacere? Meglio niente. Dev’essere così!”, e la risposta che si era dato gli bastò.
Era una preoccupazione misera, poiché dopo aver preso la patente, avrebbe sempre guidato quella del suo papà, a seguito della promessa che gliel’avrebbe regalata visto che lui era ormai diventato vecchio e lagnoso come una ciabatta medievale.
Una mattina di primo autunno, accadde però che la macchina cominciò a funzionare male. Guido era rifugiato in auto mentre fuori soffiava un gran ventaccio e non vedeva l’ora di accendere il motore per riempirsi gli occhi e lo spirito di ciò che i vetri gli mostravano ogni volta che fuori c’era un tempaccio del genere: ed era sempre stato uno straordinario spettacolo, che avrebbe lasciato a bocca aperta pure una mongolfiera! Quand’era dì di vento, e Guido guidava, vedeva tutte le foglie, da terra, ritornare sugli alberi e, accompagnate da quella leggera brezza che dà piacere alla sopracciglia, le inseguiva con lo sguardo mentre mutavano di colore divenendo dal marrone sporco che avevano in partenza al verde speranzoso di arrivo, passando per un giallo miagolante che sapeva di buon avvenire.
Quel giorno, però, questo non accadde. Successe che, invece, tutte le foglie si misero a girare, come in un vortice frullatorioso, e nessuna di loro ritornava al proprio albero di origine ma anzi andavano a poggiarsi proprio dove non dovevano, ovvero sulle facce di chi camminava ignaro, o addirittura alcune foglie si misero a inseguire alcuni poveri cuccioli di canestrelli che provavano a godersi una tranquilla pennichella di sogni mangerecci.
Guido, sbigottito, pensò che si fosse solo inceppato un qualche patatrack, e un po’ aveva ragione. Quindi spense il motore, lo riavviò per tre o quattrocento volte, e tutto ritornò alla consueta concordia.
Ma l’avvenimento si ripeté pochi settimesi dopo, quando l’autunno era ormai diventato quasi inverno e le amache sfinite erano state ben ripiegate. Quel giorno grandinava così forte che se si urlava non ci si sentiva nemmeno da soli. Guido si sedette in macchina e una volta acceso il motore si ritrovò in un caldo tropicalizio, confinante a quello che più o meno desiderava, ma troppo, troppo forte di intensità. Ed era tanto forte che dovette addirittura scendere dall’auto perché il volante, così come il sedile e ogni cosa che toccava, erano tanto roventi da bruciare le mani immediatamente.
…e lui che pensava di vedere, come l’ultima volta, la grandine diventare tutta rosa e attaccarsi sulle case leggiadra e coccolosa come zucchero filato stanco.
Decise così di sostituire l’auto, e prenderne una nuova. Una qualunque, a Guido poco importava. Non poteva sapere che era andato in tilt solo lo speciale sistema vetricolare della vettura, e che sarebbe bastato gridare con la bocca baciante sulla marmitta un “bum, badabum, fila via, belzebù!” che tutto si sarebbe ripristinato.
Prima di ordinare la vettura, Guido ebbe la premura di domandare al venditore se il lunotto e tutti gli altri vetri funzionassero bene; e la risposta fu: “Ma certamente! …e perché mai non dovrebbero?”. Ed è così che oggi, il giorno atteso per ritirare la nuova vettura – puntuale come la Pasqua che arriva sempre prima di Luglio –, Guido si farà l’ultimo giro con la sua auto anziana e mai banale, molto gialla e tanto speciale.
Si è appena svegliato, e la vecchia macchina riposa sotto la-casa-dolce-casa nel suo posto di sempre. Guido, con gli occhi di chi ancora ha un piede dentro i sogni, si gode, appena uscito dalla solita caffettiera, il consueto caffè azzurro dal sapore di zenzero e pace, e capisce che è ancora presto per uscire a salutarla con un ultimo viaggio, dopo aver dato un’occhiata al grosso orologio che segna da sempre che non è mai in ritardo.
__________________________________
NOTA DI REDAZIONE: La casa editrice del Sig. Renato Cubo, ci obbliga – pena diffida – a integrare il testo con una nota di cui non ci prendiamo responsabilità, ma di cui siamo costretti a pubblicare in maniera integrale:
Pessimo, pessimo tentativo Cubo, pessimo. Ciò appena letto (di cui non spieghiamo in questa nota del motivo per cui, a parer nostro, si ritrova qui riportato) è un racconto commissionato al Sig. Cubo da noi sua Casa Editrice. La fiaba per bambini avrebbe dovuto far parte della raccolta QUELLA ROSSA DOZZINA che alcuni di voi avranno utilizzato più volte per far addormentare i propri figli. L’idea di base era molto semplice: 12 nostri storici autori, di fronte ad un’immagine fornitagli (era una specie di casa piena di palloncini, di cui uno solo, rosso, era riuscito a liberarsi) avrebbero dovuto scrivere una storia prendendone spunto. Avrebbe potuto parlare di libertà, di gioco, di bellezza interiore, senza uscire fuori tema. Il Sig. Cubo, invece, il tema non lo ha neanche menzionato alla lontana. Certo che il suo racconto non è stato assolutamente pubblicato. Oltre a questo, il racconto di per sé ha mille e uno difetti, con il maggiore di aver provato a emulare un noto autore di favole per bambini ma prendendone da lui solamente i difetti di scrittura (si vedano le esagerate, e strampalate, e troppo numerose similitudini e metafore che deviano di continuo l’attenzione sulla storia base). Abbiamo recuperato dai nostri archivi alcune rimostranze fatte all’epoca dai nostri correttori verso il suo scritto, ve ne porgiamo qualcuno:
- Il finale è incomprensibile. È un sogno? Probabilmente no. Quindi che vorrebbe spiegare? Che ogni cosa che suo padre gli regala è speciale? Così come la caffettiera che fa il caffè blu o l’orologio utopistico che segna che non si è mai in ritardo? Se così fosse avvicinare la spiegazione di questi oggetti al finale / probabilmente sono troppo lontani.
- La vettura speciale che Guido possiede, è l’unica in circolazione con questo potere e lui ne è ignaro? Non ha capito che nessun’altra vettura ha quella magia per cui se ne sbarazza con noncuranza e ne acquista un’altra ignaro e solo dopo la fine di questo racconto cadrà nello sconforto? Se così fosse non è esattamente un finale per bambini.
- Qual è la morale della storia? Che ci si rende conto che le cose speciali lo sono solo dopo averle perse? …e questo si può applicare anche alle persone? O semplicemente che suo padre aveva qualche potere, che era una specie di mago? O che bisogna aprire gli occhi perché capiamo che tutto intorno a noi è speciale? Non si capisce. Se fosse una delle tre (o un’altra a noi sfuggita), si prega di rielaborare il tutto e spedirlo per ulteriori revisioni; possibile che, in futuro, venga incluso in un’ulteriore raccolta. Basta che sia scritto bene.
L’ennesimo buco nell’acqua nella carriera del nostro pseudo letterato.