IL DITEGGIATORE DELLO STATO LIBERO DI BANANAS

Luglio 2015

         Sedici Giugno Duemilaquindici, entro nello sfarzoso hotel in cui alloggia Vik J., il chitarrista dei Blackhole. Nel mentre che faccio spazio a questo lusso accecante nell’interno della mia pagana anima, penso immediatamente a due cose: a quanto dev’essere strano vivere in un hotel (avete letto bene: se non lo sapete Vik ha proprio la residenza in albergo, anche se a noi comuni mortali questa cosa può sembrare incredibile), e di come dev’essere strano parlare con qualcuno che dice continuamente la parola «Banana».

         Per chi non sapesse nemmeno questo, Vik (chiamato appunto «Banana», ma solo da chi ha con lui una confidenza estrema) ha questa rara forma di Sindrome di Tourette – un disordine già raro di suo – per cui è come se fosse “obbligato” a dirla in continuazione. È anche questo uno dei motivi per cui non rilascia quasi mai interviste (sono infatti rarissime le sue dichiarazioni presente nei nostri archivi), e che non parla mai in pubblico. Si limita a suonare e beh… in quell’attività recupera alla grande tutte le parole non dette.

         Torniamo a noi; avevo appuntamento alle 11 del mattino, perché si sa, gli artisti rock non amano mai alzarsi troppo presto, mi aspetto dunque un notevole ritardo adeguato alla fama e invece mi accorgo che, anche se di soli quattro minuti, ma sono in ritardo io. Vik mi attende in una specie di salottino creato probabilmente dallo stesso arredatore della reggia di Versailles, ma non pare spazientito, anzi, pare nel bel mezzo del raggiungimento del nirvana, butterei lì. Mi accoglie come se quella fosse casa sua (e in effetti un po’ lo è veramente) in un’ala in disparte del primo piano dell’edificio, che credo sia stata esplicitamente richiesta per far sì che il mio intervistato non si sentisse a disagio nel parlare vicino a qualcuno per il motivo sopracitato.

         Mi accoglie con un «Buongiorno, banana. Benvenuto, banana, banana». Riesco a trattenere, non so con quale forza, quello che mi sta succedendo dentro; quelle cinque parole mettono enormemente alla prova i miei solidi freni inibitori.

         Non pensavo la dicesse con così tanta frequenza.

         Ci accomodiamo. È gentile e dai modi garbatissimi, per essere una rockstar. È vestito come non pensavo, ma scopro immediatamente il motivo, sia della precisione dell’orario in cui si è presentato, sia della sua particolare tenuta: «Abbiamo mezz’ora, banana, le può bastare? Banana, banana, alle undici e trenta, banana, mi attendono per la partita di banana di golf».

         Me la farò bastare, rispondo io. E muoio un paio di volte.

         Continuo coi ringraziamenti di rito, ma che hanno una valenza speciale con Vik. La morte di Theo Manero, il celebre batterista dei primi Blackhole è ancora fresca, e gli altri membri del gruppo, se menzionato l’argomento, si chiudono in un silenzio che, per i più maliziosi, ha quasi il sapore di un qualcosa da nascondere. Vik (o meglio, il suo agente) mi disse che non ci sarebbe stato alcun problema se avessi affrontato l’argomento, ma che anzi, era quello il motivo principe per il quale mi aveva concesso l’intervista.

         Esordisco quindi immediatamente con una domanda rilevante, e pare quasi che il mio intervistato non attenda altro, glielo leggo negli occhi: «Sì, fa male, banana cristo, fa malissimo. Era un fratello banana, allampanato come i banana migliori artisti, banana. Hai presente, banana, quei banana tipi che dicono di essere diventati banana poeti il banana giorno che hanno visto banana scendere dal cielo una banana goccia argentata? Banana. Ecco: Guglielmo, porca banana puttana, non era proprio di banana questi. Era vero. Banana. Uno che banana si è fatto da banana solo. Respect».

         In elogi a Theo se ne vanno via almeno dieci minuti, che, sommati al mio ritardo e alla presentazione iniziale, riduce già a metà il tempo a mia disposizione. Domando senza indugi, a questo punto, se è vero quel che è trapelato in giro, ossia che il nuovo gigantesco tour che partirà di lì a breve sarà interamente dedicato a Guglielmo (a loro piace ancora chiamarlo così, è una cosa che so per certo), e che è stata rimandata la partenza proprio per renderlo più Theocentrico (ride dinanzi a questo mio neologismo «lo userò cazzo banana, “Theocentrico” cazzo: questo, banana cazzo, lo userò!»). Mi dice che è vero, e che si pente parecchio per tutto quello che in passato è avvenuto fra Theo e la band, e ammette con testuali parole: «Siamo stati delle gran teste di cazzo noi, a sbatterlo fuori anziché dargli una mano per uscire dal balordo tunnel in cui si era infilato; egoisti, giovani e bastardi siamo stati. Eravamo lanciati, e lo abbiamo lasciato indietro. Siamo finiti in orbita, e lui è rimasto a guardarci dalla terraferma. Saremo maledetti per questo, lo so». Ovviamente aggiungete alla frase trascritta almeno una dozzina di caschi di banane sparsi qua e là.

         Mi rivela inoltre quello che già so, ma che sentirlo dalla sua bocca fa estremamente piacere: i Blackhole esistono grazie a Theo, e si pente ancora (fa continuamente il gesto di congiungere le mani e guardare in alto, come a pregare una qualche divinità protettrice delle banane, lassù), e dice che il nome del tour “Theocracy” è solo l’inizio, per dare Theo alla storia della musica rock, come è giusto che si meriti.

         Chiudo con l’intervista, e gli ultimi cinque minuti li utilizziamo per scherzare e, ovviamente, da buon membro dei Blackhole (anche se ha sessant’anni “suonati” – nel vero senso della parola) si finisce per parlare di sesso. Mi è rimasta questa sua piccola massima, una minuscola teoria, chiamatela come volete, che vi voglio donare citandola testualmente: «…e banana ricordati, che la banana cosa che più banana ha fatto per la libertà banana sessuale della storia, è stata porca banana, l’invenzione delle fottute banana automobili col banana di tetto chiuso, amico».

         Ridendoci su, e carico di potassio come non mi sono mai sentito in vita mia, ci salutiamo, e lo lascio finalmente in pace col suo fottutissimo ego.